Ma Gattuso Lei É Razzista ?
Gennaro Gattuso, tra grinta e parole che feriscono. Il calcio non è solo sport: è uno specchio che riflette l’anima dell’Italia, i suoi trionfi, le sue crepe e, sì, anche le sue verità scomode su razza e appartenenza.
Gennaro Gattuso, o “Rino” come lo chiamiamo (con affetto o meno), è l’incarnazione di quello specchio incrinato. L’uomo che terrorizzava i centrocampi di Milan e Nazionale nei primi anni Duemila, un bulldozer umano con un cuore grande quanto i suoi tackle. Da giocatore era poesia grezza, instancabile, il guerriero che ti faceva credere nella garra del gioco. Ma da allenatore, e ora da commissario tecnico della Nazionale italiana, le parole di Gattuso sono spesso passate dall’ispirazione all’incendio. L’ultima bordata, sparata contro l’aumento dei posti africani ai Mondiali, ha riacceso il dibattito sul razzismo nel calcio. Gattuso è solo un prodotto del suo tempo – un calabrese ruvido che parla prima di pensare – oppure nasconde pregiudizi più profondi che minano lo sport che ama?In questo lungo articolo scaverò nella carriera di Gattuso, analizzerò il suo storico di frasi controverse sui giocatori stranieri (dentro e fuori dal campo), e mi concentrerò sulle sue dichiarazioni di novembre 2025 sul perché oggi le squadre africane ai Mondiali sono molte di più che nel 1992.
La nascita di un mastino di centrocampo:
Nato nel 1978 a Corigliano Calabro, un paese arroventato dal sole nel profondo Sud italiano, Gennaro cresce in un mondo lontanissimo dal glamour milanese o dai monumenti di Roma. La Calabria degli anni ’80 era uliveti e difficoltà economiche; il calcio non era una carriera, era una via di fuga. Il giovane Rino non era il fantasista di seta: era lo scugnizzo, quello che inseguiva le cause perse finché i polmoni non scoppiavano. Scoperto dal Perugia a 18 anni, debutta in Serie A nel 1997, ma è il prestito alla Salernitana a far girare la testa: tenacia pura in un campionato di tecnica.Il salto di qualità arriva nel 1999: il Milan di Fabio Capello lo prende per due soldi. Gattuso diventa mediano di contenimento, ruolo che richiede ferocia. È il mastino, quello che segue gli avversari come un’ombra, rompe il gioco e i cuori. Compagni come Maldini e Pirlo lo chiamano “il pitbull”, per il pressing incessante e lo spirito indomabile. Nel 2003 gli danno la fascia di capitano nel derby contro l’Inter: un voto di fiducia enorme per un giocatore ancora in prova.Il coronamento? Il Mondiale 2006. Con Marcello Lippi in panchina, Gattuso è il perno del centrocampo che alza la Coppa a Berlino, superando lo scandalo Calciopoli. Quell’estate non era solo un giocatore: era il simbolo della resilienza italiana – grinta contro glamour, cuore contro titoli. Fuori dal campo, però, già si vedevano le crepe. La famosa testata a Joe Jordan, vice di Tottenham, nel 2011 (dopo che Jordan lo avrebbe chiamato “fottuto bastardo italiano”) lo dipinge come impulsivo, uno che preferisce i pugni alle parole. Ritiratosi nel 2013 dopo Rangers e Sion, Gattuso passa in panchina con lo stesso fuoco. Inizia in sordina: giocatore-allenatore al Sion, poi Palermo e Pisa (dove centra la promozione in B nel 2016). Napoli nel 2019, esperienza breve e infuocata, dimissioni per scontri con la dirigenza. Milan 2020-2021, Europa League raggiunta ma addio polemico. Nel 2025 arriva la chiamata più grande: la panchina della Nazionale, al posto di Spalletti dopo l’Europeo deludente. A 47 anni deve riportare gli Azzurri alla gloria – missione oggi appesa a un filo, con i playoff mondiali che incombono.Però, nonostante la preparazione tattica – il suo 3-5-2 difensivo e contropiedista – è la bocca di Gattuso a metterlo nei guai. Il calcio non sono solo i 90 minuti: sono gli echi negli stadi, le conferenze stampa, le correnti culturali. E qui, da afro-italiano che ha esultato per i gol di Ronaldo il Fenomeno e per le magie di Balotelli, vedo le parole di Gattuso come cartina di tornasole dell’Italia che cambia. Sussurri di pregiudizio: il passato di Gattuso e le frasi sui giocatori stranieri.
Non giriamoci intorno:
Il curriculum di Gattuso su razza e stranieri è un campo minato. Da giocatore qualche episodio, ma è dopo il ritiro che le sue dichiarazioni fanno davvero rumore. Il primo caso grosso è del 2013, quando era al Milan. Kevin-Prince Boateng, il ghanese tutto muscoli, guida la squadra fuori dal campo durante un’amichevole contro la Pro Patria dopo ululati razzisti dal pubblico di Busto Arsizio. Un gesto storico contro il razzismo, che fa il giro del mondo.Gattuso? Sminuisce. In interviste scrolla le spalle: «Io abito a cinque chilometri da Busto Arsizio da anni, e quella zona è piena di stranieri. A Busto non ci sono razzisti. Quello che è successo ieri è colpa di un gruppo di imbecilli. Quante volte in passato hanno fischiato giocatori bianchi?»
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Implicazione: gli insulti razzisti sono solo “fischi”, non diversi da quelli normali.
Da chi ha una madre che negli anni ’80 in Italia ha subito insulti per la pelle scura, quella frase brucia. Il gesto di Boateng non era questione di equivalenza: era il peso disumanizzante di offese che ti riducono a scimmia. La difesa di Gattuso – dare la colpa agli “stranieri” nel pubblico e negare il razzismo sistemico – è il classico ritornello italiano: «Non siamo noi, sono loro».
Non è un caso isolato. Avanti veloce al 2021, quando il Tottenham lo corteggia come allenatore. I tifosi si ribellano riesumando un elenco: la sua contrarietà al matrimonio gay nel 2008 («Il matrimonio è una cerimonia che si celebra in chiesa, tra uomo e donna»), la battuta del 2013 sulle donne nel calcio («Non riesco proprio a vedere donne nel calcio»). Ma è la questione razziale a pesare di più. Riaffiora il caso Boateng e lo bollano come “vicino al razzismo”. Il Tottenham fa dietrofront, Gattuso ribatte: «Io razzista? E allora perché ho fatto firmare Bakayoko quando ero al Napoli? Non ho mai avuto niente contro i giocatori neri, molti sono stati miei compagni e amici».È la classica difesa “ho amici neri”, usata per lavare i pregiudizi. Certo, ha allenato Bakayoko, francese di origini maliane, al Napoli nel 2019. Ma firmare un giocatore non assolve dal minimizzare il razzismo; può addirittura sembrare tokenismo. Le sue squadre hanno sempre avuto rose multietniche – il Milan 2020 aveva Theo Hernández accanto a Romagnoli – ma fuori dal campo le parole tradiscono una visione in cui lo straniero è barzelletta o problema.
Nel 2018, dopo gli ululati a Koulibaly (senegalese) a San Siro, Gattuso si schiera con Ancelotti chiedendo di fermare le partite. «Non credo che l’Italia sia un Paese razzista, perché ci sono tanti immigrati», dice. «È giusto fermare le gare». Nobile nell’intento, ma il “l’Italia non è razzista” ignora i dati: oltre 300 episodi razzisti negli stadi italiani tra 2018 e 2023, quasi tutti contro giocatori africani come Koulibaly e Moise Kean. Da afro-italiano l’ho vissuto: il “tuo” che riesce viene celebrato, ma la marea di esclusione più grande? Spazzata sotto il tappeto.In campo la sua aggressività a volte sfociava nel brutto. La testata a Jordan nel 2011 fu reciproca, ma pare che le offese di Jordan fossero anti-italiane, non razziali – eppure la reazione di Gattuso fu primordiale, cinque giornate di squalifica. Fuori dal campo la difesa degli “imbecilli” invece delle vittime dipinge gli stranieri come intrusi. Nel 2022, ai tempi del Valencia, raddoppia: «Nessuna persona può essere giudicata per il colore della pelle». Bello, ma vuoto se poi equipari ululati a semplici fischi.Non sono scivoloni: è un pattern. In un calcio in cui talenti africani come Eto’o e Yaya Touré hanno rivoluzionato la Serie A, le parole di Gattuso suonano come echi di un’epoca pre-Balotelli – quando le porte d’Italia si aprivano agli stranieri ma i cuori restavano chiusi.
L’ultima tempesta:
Le dichiarazioni di Gattuso 2025 sui posti africani ai Mondiali Novembre 2025. Le qualificazioni mondiali dell’Italia pendono da un filo. Dopo il 3-0 subito dalla Norvegia, gli Azzurri devono vincere 9-0 l’ultima partita per qualificarsi direttamente. Gattuso, dopo Italia-Moldavia, scarica la frustrazione su FIFA e format allargato: «Ai miei tempi il miglior secondo andava direttamente al Mondiale, ora le regole sono cambiate. Nel 1990 e 1994 c’erano due squadre africane [tre nel 1994], ora ce ne sono nove. Non è una polemica, ma ci sono difficoltà».
Il contesto: il Mondiale 2026 passa a 48 squadre, l’Africa (CAF) ha 9 posti diretti garantiti – erano 5 nel 2022. L’Europa ne ha 16, ma Gattuso lamenta la “difficoltà” per le big come l’Italia, che ha già saltato 2018 e 2022 ai playoff. Il suo ragionamento: più posti a confederazioni “emergenti” come Africa e Asia riducono la fetta europea, rendendo le qualificazioni un bagno di sangue. Il Sudamerica ne porta 6 dirette + playoff – “più facile” del girone europeo.I social esplodono.
In Kenya lo bollano come retaggio coloniale; in Marocco è sale sulla ferita delle semifinali 2022.
«Gattuso ha svegliato gli antenati africani… per tenere l’Italia fuori dal Mondiale».
Dovrebbe arrabbiarsi con i giocatori africani che le squadre europee usano per vincere i Mondiali.
Da afro-italiano rido amaramente: uno che ha allenato Bakayoko ora si lamenta dell’ascesa africana.Ma fermiamoci. C’è del vero sotto la cenere?
Il fondo di verità: dove Gattuso ha ragione. Un’analisi onesta intellettualmente richiede equilibrio. La frustrazione di Gattuso non è campata in aria: è radicata in cambiamenti strutturali che davvero mettono in discussione il dominio europeo. Nel 1994, torneo a 24 squadre, l’Europa aveva 13 posti (54%) – passeggiata per giganti come l’Italia, qualificata d’ufficio da padrone di casa nel 1990 e senza problemi nel 1994. Nel 2026: 48 squadre, 16 posti europei (33%), spalmati su 12 gironi. Solo le prime vanno dirette, le seconde ai playoff. L’Italia, nona nel ranking FIFA, è seconda dietro la Norvegia – serve il famoso 9-0.I numeri mordono. In UEFA 55 nazioni si giocano 16 posti (29% di successo). In CONMEBOL 10 nazioni per 7 posti (70%). In CAF 54 nazioni per 9 posti (17%), ma con meno scontri tra big nelle prime fasi.
Il “ai miei tempi” di Gattuso regge: prima del 1998 le migliori seconde andavano dirette. Ora, con Asia e Africa potenziate (AFC a 8, CAF a 9), la torta è più sottile. Gli ultimi flop italiani – playoff persi con Svezia (2018) e Macedonia del Nord (2022) – non sono casuali: sono sintomi di un sorteggio più duro.
Da punto di vista tattico Gattuso ha ragione: l’evoluzione del calcio chiede adattamento. I posti africani premiano la crescita – il cammino del Marocco 2022 lo dimostra – ma la densità europea (Francia, Inghilterra, Germania) rende le battaglie più sanguinose. La sua richiesta di “equità” fa eco a tecnici come Klopp che si lamentano del calendario. In astratto è un dibattito legittimo: le potenze storiche devono avere privilegi acquisiti?
Però, come vedremo, l’astratto crolla quando entra la storia – e il cuore.
Perché le parole di Gattuso feriscono di più? La verità crolla sotto esame. Le dichiarazioni di Gattuso non sono solo critica strutturale: sono intrise di risentimento verso l’ascesa africana, ignorando il cammino duro del continente. Primo: sbaglia i numeri storici. Nel 1994 le africane erano tre (Nigeria, Camerun, Marocco), non due. L’Egitto c’era già nel 1990. Il salto a nove nel 2026 è la riforma FIFA del 2017 per inclusività dopo decenni di dominio eurocentrico. Dal 1930 al 1990 l’Africa aveva un solo posto – condiviso con l’Asia. Dopo il 1998 la crescita è stata organica: cinque dal 2010, in linea con il Nord/Centro America.
Difetto uno: negare il merito. I posti africani non sono regali; sono conquistati con investimenti. Il Marocco ha speso 5,1 miliardi in stadi e accademie. Il Senegal di Mané ha vinto il suo girone 2022. La Nigeria dei Super Eagles, è arrivata agli ottavi sei volte dal 1994. Il lamento delle “difficoltà” ignora che la media ranking FIFA africana è salita dal 78° posto (1994) al 62° (2025), grazie anche ai talenti della diaspora – tanti afro-europei come me.
Difetto due: ipocrisia.
La generazione d’oro italiana? Costruita sui figli di immigrati – Mario Balotelli (italo-ghanese), Angelo Ogbonna (discendenza nigeriana). La Nazionale 2006 di Gattuso aveva Mauro Camoranesi, italo-argentino. Ora guarda con sospetto i posti africani mentre i suoi Azzurri contano su Kvaratskhelia (georgiano) e possibili naturalizzati africani.
«Vuoi meno squadre africane ma usi i loro giocatori?»
Difetto tre: il retrogusto razzista.
Dare la colpa all’Africa per i mali italiani riecheggia logiche coloniali – «Ci stanno rubando il posto». Non è “non una polemica” come dice lui: è un fischio per cani. Le semifinali del Marocco? Ignorate. È la stessa vena di quando Carragher sminuì l’AFCON. Da afro-italiano mi colpisce al cuore. La globalizzazione del calcio è il senso – abbracciala, non invidiarla. Ancora più in profondità: la visione di Gattuso rimpicciolisce la magia del Mondiale. 48 squadre significano più storie – la resilienza palestinese, il ritmo reggae giamaicano. Ridurre l’Africa a “troppe” cancella quella gioia, perpetuando il mito euro-suprematista che solo “noi” meritiamo il palcoscenico.
Voci dagli anni ’90: la lezione di Arrigo Sacchi
Per rispondere a Gattuso torniamo ai primi anni ’90, quando Arrigo Sacchi – l’allenatore rivoluzionario del Milan – ridefinì il calcio italiano. Sacchi, che portò il Milan a due Coppe dei Campioni consecutive (1989-90), non era un tecnico di professione: era un commesso di scarpe diventato visionario. Il suo pressing alto e la difesa zonale mandarono in soffitta il catenaccio, mescolando disciplina italiana e fantasia brasiliana.
La filosofia di Sacchi? L’inclusività è forza. Nel 1992, mentre la Serie A si apriva agli stranieri (Zamorano, Baggio, Van Basten), dichiarò: «In Italia abbiamo troppi brutti ceffi in panchina – giornalisti, dirigenti – che non capiscono il calcio. Dobbiamo aprirci, imparare dal mondo. Il calcio è universale; le frontiere sono per i politici, non per i giocatori».
Queste parole smontano completamente la tesi di Gattuso. Dove Rino vede “difficoltà” nell’allargamento, Sacchi vedeva opportunità: «Le squadre migliori sono quelle che assorbono influenze – il calcio totale olandese, la creatività sudamericana. Limitare gli stranieri? Ci mutileremmo da soli». Il Milan di Sacchi aveva tre non-italiani titolari nel 1989 – Gullit, Rijkaard, Van Basten – dimostrando che la multiculturalità vince trofei. Le sue parole ridicolizzano la nostalgia di Gattuso: i problemi di qualificazione non sono colpa dell’Africa; è l’Italia che si è chiusa mentre il mondo evolveva.
L’era Sacchi generò le rose più diverse d’Italia, preludio al trionfo di Lippi 2006. Gattuso, allievo di Sacchi tramite il Milan, dovrebbe ascoltare: se restringi la tenda, perdi il circo.
Allacciamo le scarpe: verso Azzurri più inclusivi.
Gennaro Gattuso non è un cattivo – è solo un uomo forgiato dal fuoco calabrese, che dice verità mezze cotte. La sua passione ha costruito dinastie; i suoi pregiudizi le incrinano. Mentre l’Italia barcolla verso i playoff, le sue frecciate all’Africa rischiano di allontanare proprio i talenti – gli afro-italiani come me – che potrebbero rilanciarla. L’abbiamo visto: la magia di Balotelli a Euro 2012, l’emergere di Kean. La mia speranza? Che Gattuso rifletta, chieda scusa, si adatti. La bellezza del calcio sta nel suo mosaico – velocità africana, samba sudamericana, acciaio europeo. Negarlo significa non allenare più.
Direbbe Sacchi:
"apri le porte, Rino. Fai entrare il mondo. Il campo è abbastanza grande per tutti noi."
Autore
Campbell Kitts

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